Rifiuti radioattivi, la strada per la messa in sicurezza è ancora lunga

Rifiuti radioattivi, la strada per la messa in sicurezza è ancora lunga

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Questa mattina a Roma si è tenuto un convegno sulla gestione dei rifiuti radioattivi e la loro messa in sicurezza attraverso un deposito unico nazionale. L’incontro è avvenuto nella sede della Società geografica italiana ed è stato organizzato dalla fondazione Centro per un futuro sostenibile, in collaborazione con Sogin, la società statale che si occupa dello smantellamento delle centrali nucleari italiane. Bene, la questione a mio avviso è ancora lontana dall’essere risolta, sia in termini pratici, sia in termini di preparazione di una giusta strategia.

Di seguito i link al video dell’intervento di Giuseppe Onufrio, presidente di Greenpeace Italia e anche il mio.

Prima di ogni cosa sulla costruzione del Deposito nazionale esiste una discordanza evidente tra quello che dice la legge (decreto n.31 di febbraio 2010) e quello che cita la Guida tecnica 29 dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca abientale). Nella norma si prevede la costruzione di un unico deposito per lo stoccaggio e lo smaltimento delle scorie radioattive a bassa e alta intensità, che possa anche occuparsi dell’immagazzinamento provvisorio ma di lunga durata di quelle ad alta intensità. Mentre l’Ispra dà indicazioni solo per quanto riguarda le prime due, mentre a quelle più insidiose dedica solo la relazione illustrativa, in cui se ne parla solo in termini dubitativi.

Questa indeterminatezza ci preoccupa, tanto che insieme ai colleghi senatori del MoVimento 5 Stelle, abbiamo presentato un’interrogazione ai ministri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente, dai quali attendiamo una risposta. C’è da tenere presente che dietro il nucleare – sia in termini di scorie, sia di decommissioning – ci sono grandi appetiti perché gli investimenti da fare sono molto significativi.

Ora, malgrado le promesse di trasparenza e coinvolgimento delle popolazioni che verranno coinvolte, la questione si sta dipanando nel peggiore dei modi. Alla guida dell’autorità di controllo che deve nascere, ovvero l’Isin, il governo ha messo un uomo – Antonio Agostini – senza competenze in materia e per di più indagato dalla magistratura per “turbativa d’asta” sull’assegnazione di fondi europei quando era direttore del Miur.
Ma c’è di più. L’Isin, come dice anche Giuseppe Onufrio, è un organismo di controllo zoppo perché non ha l’autonomia finanziaria necessaria – i suoi soldi sono in mano all’ente controllato -, e non ha nemmeno la dovuta indipendenza dalla politica.

«Se noi avessimo avuto un deposito già all’Unità d’Italia, oggi saremmo a metà strada per il suo rilascio (si calcola un tempo di decadenza di 300 anni) e avremmo avuto nel frattempo due guerre mondiali». In una battuta il presidente di Greenpeace chiarisce quali sono le implicazioni, soprattutto in termini di sicurezza di un’operazione simile.

Ora, in queste condizioni è difficile credere davvero ad una gestione trasparente, ma soprattutto con l’efficacia dovuta ad un programma così delicato. Nei prossimi anni andranno smantellate a livello internazionale circa 200 reattori, ma l’esperienza in termini di sicurezza è limitata, visto che da 40 anni a questa parte sono solo 10 gli impianti smembrati. Ecco perché è necessario seguire passo passo quello che si sta facendo e perché come gruppo parlamentare stiamo vigilando attentamente.