Energia, il governo mantiene nella Sen il dominio delle fossili

Energia, il governo mantiene nella Sen il dominio delle fossili

La Sen approvata questa mattina dal governo seppur contiene alcune modifiche rispetto alla proposta iniziale non cambia nella sostanza l’orientamento politico tenuto in questa legislatura di difesa di un modello energetico centralizzato. In contraddizione con gli obbiettivi europei e gli accordi internazionali sul clima e l’energia la Sen mantiene il dominio delle fonti fossili spingendo troppo sul gas che necessita della realizzazione di nuove infrastrutture e saranno non solo sotto utilizzate ma anche pagate con l’incremento dei costi della bolletta dei consumatori.

Siamo sicuri che la decarbonizzazione non verrà raggiunta attraverso il gas perché nel breve periodo sarà superato dall’impiego di tecnologie per la produzione di energia rinnovabile, per il risparmio energetico/efficienza, per gli accumuli, per la connettività e la mobilità elettrica. Elementi sui quali c’è molta attenzione da parte del settore produttivo del Paese che daranno impulso alla crescita e allo sviluppo di una filiera industriale ed innovativa con benefici diretti alla creazione di nuovi posti di lavoro, la tutela dell’ambiente e quella della salute.

Per questo crediamo che la Sen abbia obbiettivi insufficienti per le rinnovabili e l’efficienza e scarsi strumenti per raggiungerli. Il documento, che manca del passaggio parlamentare per assumere ancora un valore di indirizzo politico per il Paese. Non contiene azioni concrete che facciano pensare alla volontà di cambiamento. Bene l’intenzione di uscire anticipatamente dal carbone come aveva già proposto il M5S, ma è giusto ricordare qual è la realtà: per far fronte alla riduzione dell’importazione di energia dalla Francia lo scorso anno abbiamo richiamato le centrali a carbone di Genova e Bastardo (PG). Attualmente, la situazione si è nuovamente aggravata per la riduzione della produzione idroelettrica. Ci proporranno ora di riaprire altre centrali vecchie e inquinanti?

La proposta del governo di passare dal 27 per cento al 28 per cento entro il 2030 con l’allungamento della visione al 2050, non ci sembra un grande passo in avanti, dal momento che lo scenario non cambia. Mentre dalle Nazioni Unite, dalla commissione Ambiente del parlamento europeo e da una miriade di settori industriali e ambientalisti arriva la richiesta di aumentare l’impegno ad alzare l’asticella fino al 35 per cento, nel bilancio appena presentato al Senato non c’è alcun impegno concreto.

Il governo italiano si presenta dunque con una Sen già vecchia ancora prima di iniziare. Non scordiamoci che durante tutta questa legislatura le fossili (il petrolio, il carbone e il gas) sono cresciute mentre, le fonti rinnovabili continuano a diminuire. Dal 2014 in Italia la produzione elettrica di fonti rinnovabili è scesa, infatti, del 12% (in tre anni) mentre quella delle fossili è salita del 14%. Con un aumento delle emissioni (da 309 a 331 grammi di CO2). Il calo è confermato anche nei primi 7 mesi del 2017 con una riduzione delle rinnovabili (di 3,5 terawattore) e una aumento delle fossili (di 10 terawattora). A settembre la produzione nazionale netta è composta per il 39% da fonti rinnovabili. Secondo i dati di Althesys, siamo passati dagli oltre 31 mld di investimenti nel 2011 ad 1 mld del 2016 (Figura1).

 

tabella n.1 – fonte Althesys

 

grafico n.1 – fonte Althesys

Nel 2011 nel settore delle rinnovabili si contavano 140 mila occupati diretti (Figura 2); mentre nel 2016 a causa degli ostacoli della maggioranza risultano solamente 24 mila occupati diretti. Dunque abbiamo perso oltre 120 mila posti di lavoro in cinque anni in un settore innovativo come quello delle rinnovabili.

 

tabella n.2 – fonte Althesys

 

grafico n.2 – fonte Althesys

 

Si poteva e si doveva fare di più. Se il governo non vuole dare ascolto al Movimento 5 Stelle, che da anni propone un programma con obiettivi di lungo termine e target più coraggiosi per uscire entro il 2050 dalle fonti fossili e portare la nazione ad essere leader in questo settore industriale che vede i più grandi Paesi del mondo impegnati, almeno dia retta all’organizzazione delle Nazioni Unite, all’Europa e alle aziende del settore energetico che in questi giorni chiedono di cambiare strada”.

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